Universi paralleli nei romanzi: perché il nostro doppio fa più paura dell’alieno

Gli alieni della fantascienza classica funzionano perché sono altro da noi. Hanno biologie impossibili, motivazioni che non capiamo, corpi che ci respingono. Li guardiamo e sappiamo dove finiamo noi e dove comincia la minaccia.

Poi arriva il multiverso e quel confine sparisce.

Nella narrativa degli universi paralleli la minaccia ha la nostra faccia. Ha la nostra infanzia, i nostri fratelli, la stessa cicatrice sul mento. A un certo punto della sua vita ha scelto diversamente, e adesso vuole distruggerci. Il disagio che questo produce nel lettore ha una qualità particolare, perché non riguarda l’ignoto. Riguarda quanto poco è servito perché quella persona diventasse così.

Il doppio prima della fisica quantistica

L’idea è molto più vecchia della meccanica quantistica. Il doppelgänger della tradizione tedesca, il ritratto di Dorian Gray, William Wilson di Poe: la letteratura ha sempre saputo che l’orrore più efficace è quello riflesso.

La fantascienza ha fatto una cosa in più. Ha preso l’intuizione psicologica e le ha dato un impianto fisico. L’interpretazione a molti mondi di Hugh Everett, formulata nel 1957, sostiene che ogni misura quantistica non collassi in un solo esito: tutti gli esiti si realizzano, in rami diversi della funzione d’onda. Nessuno ha mai osservato uno di questi rami, e la comunità dei fisici resta divisa sul suo statuto. Come motore narrativo, però, è perfetto, perché toglie al doppio ogni carattere soprannaturale. Il tuo alter ego non è un fantasma. È una conseguenza.

Dove il tema funziona meglio

Dark (Netflix, 2017) resta l’esempio più rigoroso di come si costruisce un multiverso senza barare. I due mondi di Winden non sono varianti decorative: hanno una logica interna che regge fino all’ultimo episodio, e il fatalismo della serie nasce da lì. Le persone tornano al loro stato, sempre.

La svastica sul sole di Philip K. Dick lavora sul livello politico. Un solo esito diverso della Seconda guerra mondiale, e il libro passa il tempo a chiedersi quale delle due Americhe sia quella vera. Dick non risponde.

Il ciclo della Torre Nera di Stephen King usa i mondi paralleli come geografia dell’ossessione. Roland attraversa versioni della stessa realtà e ogni passaggio gli costa qualcosa che non recupera.

La casa delle porte di Blake Crouch porta il tema sul terreno del rimpianto domestico: un uomo incontra le vite che avrebbe potuto avere e deve decidere quale gli appartiene davvero. È il multiverso applicato alla biografia personale.

Il problema dei tre corpi di Liu Cixin non usa universi paralleli in senso stretto, ma condivide con questo filone la struttura del conflitto: due fronti separati da una barriera fisica, ciascuno convinto che l’altro sia l’aggressore. Il malinteso reciproco è il vero motore.

Il malinteso reciproco

Qui c’è il nodo che i romanzi migliori sul tema riconoscono. Quando due mondi si aprono l’uno sull’altro, ciascuno vede l’apertura come un’invasione. Nessuno dei due ha torto dal proprio lato del portale. Entrambi si armano per difendersi e il risultato è una guerra che nessuno voleva.

È la logica del dilemma della sicurezza applicata alla cosmologia. Funziona in narrativa perché il lettore vede entrambi i lati e capisce che la catastrofe è evitabile, mentre i personaggi non possono vederlo. Questa asimmetria di informazione produce una tensione che l’alieno ostile non produce mai.

Come l’ho affrontato nella trilogia H.O.M.S.

Quando ho cominciato a scrivere il secondo volume avevo in mano un’idea che mi sembrava sufficiente: l’equipaggio della Blue Whale attraversa la singolarità aperta da Aldon Eqok e finisce in un mondo speculare. Poi mi sono accorto che il vero soggetto stava altrove.

In quell’universo esiste un altro Aldon Eqok. Stesso genoma, biografia divergente: al posto del miliardario ossessionato del primo volume, un professore di fisica teorica con due Nobel. Vede arrivare una nave dal nulla e conclude l’unica cosa ragionevole, cioè che sia l’avanguardia di un’invasione. Da quel momento in poi la trama si scrive quasi da sola, perché la paura del Professore è legittima.

Nel terzo volume ho spinto la cosa dove doveva andare. Blondie, che nella trilogia è la voce più istintiva e più viva, incontra la propria versione di quel mondo: la Direttrice Marek. Stessa origine, cinque fratelli, un fratello morto in una rapina da ragazzini. Poi le due biografie si separano, e una delle due arriva al vertice dell’International Space Force decisa a invadere un intero universo. Quando si trovano faccia a faccia nel capitolo intitolato «Lo specchio», la Direttrice allude a un trauma che l’ha resa quello che è, e non lo racconta. Ho scelto di non farglielo dire perché la spiegazione avrebbe reso il personaggio più comodo da giudicare.

Il principio fisico che tiene insieme il finale l’ho chiamato conservazione della frequenza: la materia può essere alterata nella sua vibrazione solo finché il dispositivo resta acceso, poi torna al suo stato naturale. Serviva come base tecnica per il sabotaggio della flotta. Rileggendolo dopo mesi mi accorgo che vale anche per le persone, ed è probabilmente il motivo per cui l’ho scritto.

Il prezzo del passaggio

Un dettaglio che la narrativa sui mondi paralleli trascura spesso: attraversare costa. In H.O.M.S. 3 l’attraversamento della singolarità comporta uno slittamento temporale, e i personaggi lo scoprono soltanto al ritorno. Ventidue anni. Il mondo è andato avanti, i figli sono adulti, alcune persone non ci sono più.

Chi ha visto Interstellar riconoscerà quel tipo di colpo. Mi interessava perché sposta la domanda finale del libro. Non più «riuscirete a fermare l’invasione», ma «cosa significa tornare a casa quando la casa non vi ha aspettati».


La trilogia H.O.M.S. è completa. I tre volumi sono disponibili su Amazon in formato Kindle, con lettura gratuita per gli abbonati Kindle Unlimited, e in edizione rilegata.

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